Nel presente stato delle cose i nostri rappresentanti al consiglio cittadino sono rappresentanti
imbavagliati che in realtà fanno l’interesse della DDI che non sembra prendere sul serio gli interessi della
comunità autoctona. Infatti dagli anni 90 la situazione della minoranza autoctona in Istria non è
migliorata.
Di Tamara Trošt
Riguardo l’auto professato carattere apolitico della Comunità degli Italiani mi chiedo: può un’ istituzione
apolitica avere “finalità politiche”, così come espressamente denunciate nel programma della CI. La
verità è che al fine di fare gli interessi della minoranza italiana la CI ovviamente neccessita di essere
attiva politicamente.Però dovrebbe “vendersi” a caro prezzo ed ogni volta al miglior offerente e non
darsi sempre allo stesso incondizionatamente.Oppure potrebbe candidarsi indipendentemente al
consiglio cittadino. Al netto dell’esperienza negli ultimi 30 anni la CI ha sempre sostenuto apertamente il
partito politico della DDI (IDS) che a livello nazionale ha di solito trovato casa “a sinistra” con l’SDP. Nel
presente stato delle cose i nostri rappresentanti al consiglio cittadino sono rappresentanti imbavagliati
che in realtà fanno l’interesse della DDI che non sembra prendere sul serio gli interessi della comunità
autoctona. Infatti dagli anni 90 la situazione della minoranza autoctona in Istria non è migliorata.
Per eleggere un consigliere c’è bisogno di circa 270 voti (dipendentemente dall’affluenza al voto). La
comunità non è in grado di eleggerne almeno tre liberi? Ritengo che La CI ai fini di tutelare gli interessi
della minoranza neccessiti di occuparsi di politica in modo molto più indipendente che non negli ultimi
30 anni. Nel programma della CI si parla ovviamente della tutela dei diritti della minoranza autoctona. Si
dovrebbe però parlare anche della concretizzazione di tali diritti nel mondo reale e della riconquista di
quelli persi nel passaggio dalla Jugoslavia alla Croazia. Come mai non se ne parla? Quando si parla di
“tutela dei diritti” ci si riferisce forse già all’ esercizio di tali diritti nella quotidianità cittadina oppure di
parole su un foglio di carta? Esempio: in teoria abbiamo il diritto di parlare la nostra lingua sul territorio,
ma se la comunità della maggioranza sul territorio non ci capisce più cosa facciamo? Come avere il
diritto di giocare a tennis senza neanche un muro sul quale far rimbalzare la palla linguistica.Parlare solo
fra di noi non significa realizzare il nostro diritto nel mondo reale ma bensì dar vita ad un vero e proprio
ghetto linguistico. Ma l’italiano non era lingua dell’ambiente in Istria? Era.Non ho notato nel
programma, e forse mi è semplicemente sfuggito, nulla riguardante una strategia che renda possibile
per la minoranza esercitare nella quotidianità cittadina, nel mondo reale, il loro diritto scritto.
Targhe e bilinguismo visivo? Ottimo ed importantissimo, ma insufficiente visto che non si può far
rimbalzare la palla da tennis contro tabelle civiche o stradali. A mio parere, non ci si può fermare alla
“tutela dei diritti”; al programma dovrebbe essere aggiunta la lotta per il ripristino dei diritti persi con gli
anni ‘90, tra i quali il diritto di essere capiti sulla terra dei nostri avi. Se si gioca sempre in difesa si perde
la partita. La comunità è da 30 anni che gioca in difesa nonostante siano ben visibili e ascoltabili sul
territorio i danni di questa fallimentare strategia.

Per il fatto di aver evidenziato cosi’ chiaramente il problema sul bilinguismo a Rovigno,ci dovrebbe far seriamente riflettere e non accettare tutto cio’ che avviene cosi’ passivamente,.